Le origini della Casa della Carità di Cognento

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Le origini della Casa della Carità di Cognento 2017-05-20T12:32:39+00:00

La famiglia di Cognento si è formata il 14 febbraio 1989 festa dei S.S. Cirillo e Metodio. Il Vescovo Santo Quadri aveva chiesto un aiuto per far fronte all’emergenza dei terzomondiali, per dar loro ospitalità in attesa di trovare lavoro e alloggio. Mantenendola però in questo ambito, il ricambio continuo degli ospiti e delle presenze in casa non avrebbero certo favorito un clima di famiglia. Così, su proposta di fr. Pierino, si trasferirono alcuni ospiti dalla Macchiaccia (casa di formazione dei fratelli) a Cognento: Emilio Vigato, il veterano, il nonno di casa, ancora oggi orgoglioso di aver “aperto” la casa, Guerrino Bertolani, nonnino di Rubiera che in tal modo si sarebbe avvicinato alle origini, Eugenio Battilani, un ragazzo con problemi psichiatrici che poi uscì dalla comunità e Franco Zerbato un ex tossicodipendente di Chiampo (VI). Poco dopo arrivarono Gabriele (soprannominato da Ugo della Macchiaccia il Pifferone) e Stefanino Bazzanini.
La casa, di proprietà della diocesi, era occupata prima dai Servi della Chiesa che ospitavano ex carcerati. Nei mesi precedenti l’apertura si fecero dei lavoretti di ristrutturazione, adattamenti del caso, poi si trasferirono gli ospiti e con loro i fratelli che aprirono la casa: fr. Stefano Talenti (ora don) e fr. Filippo Capotorto (anche lui ora don).
Il primo si stava preparando al diaconato, che ricevette nel dicembre dello stesso anno, e il secondo era al 2° anno di seminario, avrebbe frequentato da esterno facendo avanti e indietro Cognento-Reggio. Vi era anche il probando Matteo Mioni che rimase per un breve periodo. Si trattava quindi solo di inaugurare la casa e decidere a chi dedicarla.
Si scelsero i S.S. Cirillo e Metodio: i patroni d’Europa, gli evangelizzatori dell’Europa dell’Est; perchè, come loro tradussero il Vangelo in cirillico per quelle popolazioni, così anche la casa della Carità si proponeva di tradurre il Vangelo per gli stranieri e per chiunque la visitasse attraverso il linguaggio delle tre mense.

Dalla testimonianza di Don Stefano:
“Il Vescovo di Modena, Santo Quadri chiese di venire in questa casa per l’accoglienza degli extracomunitari. A quel tempo, a Cognento, esisteva già una casa del comune, in via Benzi, per le accoglienze degli extracomunitari; era però nell’intenzione dei servizi sociali chiuderla e quindi il Vescovo, che lavorava molto nella pastorale sociale, chiese a noi Fratelli della Carità di venire ad aprire questa casa che fu anni prima dei Servi della Chiesa, i quali svolsero un lungo servizio con gli ex-carcerati. In questa casa abitò anche, per alcuni anni, don Dino Torreggiani, fondatore dei Servi della Chiesa. Andammo io e don Romano a incontrare il Vescovo; avevamo deciso che io fossi superiore, mentre don Daniele ci avrebbe accompagnato dal punto di vista spirituale con la Messa e la preghiera comunitaria al mattino; don Filippo, allora seminarista, sarebbe andato al mattino in seminario e nel pomeriggio in casa. Col Vescovo stabilimmo che all’inizio avremmo accolto le persone ospitate nella casa di via Benzi e successivamente avremmo usato criteri nostri per le accoglienze. Così venimmo ad abitare a Cognento già verso la metà di gennaio 1989. Vennero con me, dalla casa della Macchiaccia, Beppe, che aiutava solo per sistemare gli ambienti, don Filippo, Guerrino Bertolani, Gabriele, Eugenio ed Emilio.
Decidemmo per l’apertura, la data del 14 febbraio. Arrivarono da subito una quindicina di extra comunitari della casa di via Benzi. Ci chiarimmo subito anche col comune sullo stile da vivere in casa: orari ben definiti, e un aspetto al quale noi abbiamo tenuto molto sin dall’inizio per vivere secondo un certo spirito e cioè la gratuità. I servizi sociali, che facevano riferimento a Porta Aperta, ci chiesero una via preferenziale per le accoglienze e ci offrirono delle rette, ma noi le rifiutammo. Chiedemmo solo alla Diocesi che la casa fosse sistemata e questo sarebbe bastato: il tutto per vivere abbandonati alla Provvidenza secondo uno stile di famiglia, facendo con quello che si aveva. Anche per gli ospiti che si aggiunsero, benché alcuni lavorassero, si tenne il criterio della gratuità: non pagavano nulla. Questa secondo me fu la scelta vincente, perché i ragazzi si sentivano accolti e, anche se musulmani o di altre religioni, credo si sia, vissuto secondo uno spirito di famiglia in uno scambio e una fiducia reciproci; ricordo molti di loro che vennero a parlare, a confidare le preoccupazioni; oppure altri chiesero a noi di custodire i soldi che guadagnavano, di mandarli poi ai genitori o alle famiglie in Marocco tramite la posta. Dormivamo poco perchè cercavamo di essere attenti ai turni di lavoro, dato che la maggioranza di loro lavorava in ceramica. Ci furono difficoltà con alcuni dei più giovani, i quali fecero fatica a stare alle regole perchè stabilimmo, nei giorni feriali, il rientro alle 10 di sera e il sabato a mezzanotte; altre fatiche nacquero dalla condivisione delle difficoltà del loro essere stranieri in Italia in mezzo a mille problemi: per alcuni fu una condizione pesante da vivere che li portò alla disperazione, sfociata nel bere o in chissà cos’altro. Cercammo di tenere sempre la porta aperta specialmente per coloro che facevano incidenti sul lavoro o incidenti stradali. I servizi sociali ci segnalarono sempre queste situazioni per cui abbiamo avuto in casa extracomunitari ingessati o con gravi problemi di salute. Anche questo è stato un modo di annunciare il vangelo facendo loro capire che chi era più in difficoltà a causa della malattia o per disgrazie varie era bisognoso di maggior attenzione. lo rimasi 2 anni; don Filippo, dopo un anno con noi, entrò in seminario ed arrivò con me in comunità frate Paolo Santini.”

Proprio il giorno dell’apertura il nonnino Guerrino fu colpito da ictus mentre era a tavola e beveva il suo solito bicchierotto di vino, entrò in coma e dopo una quarantina di giorni morì. Ci furono diversi “ritorni al Padre” nel corso degli anni: Mario Marin, Arrigo, Tommaso, alcuni extra comunitari, Jules, un “personaggio” che ha caratterizzato in modo particolare la casa con le sue testardaggini ma anche con la sua originalità e tenerezza; e più di recente Paolo Cocuzza (entrato nel ’96 e morto il 13 aprile 2002, domenica delle Palme) che ha visto spegnersi, nel corso degli anni, il temperamento focoso e ribelle del siciliano a causa della malattia. Negli anni l’emergenza terzomondiali è andata diminuendo, si è quindi privilegiato l’aspetto famigliare.
Gli extracomunitari sono stati accolti solo per emergenze: malattie, incidenti …”

Da una testimonianza di Maria Costi, ausiliaria:
“Quando ho iniziato ad andare alla Casa della Carità ero alla disperata ricerca del senso della vita e della morte. Don Luigi Gibellini mi consigliò di iniziare a fare “volontariato” alla Casa di Cognento, e siccome eravamo verso la fine dell’emergenza dell’accoglienza degli extra comunitari mi venne chiesto di occuparmi delle pratiche di regolarizzazione presso la Questura. La composizione della comunità stava rapidamente cambiando ed i frati stavano cercando di accogliere nuovi ospiti che permettessero di far famiglia (secondo quella diversità di carismi spesso richiamata da Don Mario). La Provvidenza non si fece attendere e vennero accolti gli ospiti che ancora oggi sono il nucleo stabile della nostra Famiglia di Cognento: Wainer Casini, i fratelli Flandi (Luigi e Gianluca), poi Riccardo Ruggieri e ancora Ettore e Piero. Tra gli extra comunitari erano ormai rimasti in casa solo quelli ammalati e infortunati e fu da allora che iniziarono ad aiutarsi e ad aiutare i frati a dar da mangiare agli altri ospiti. Altri ospiti di quel periodo come Gaetano, Arrigo, Tommaso e Jules sono invece già in cielo, dove, come dice Gianluca, si sta bene perchè soffiano sempre i venti. Frate Mimmo ci sollecitava anche ad essere attenti e partecipi alle cose che avvenivano fuori dalla casa ed è con questo spirito che ci recammo con gli ospiti a Casal di Principe (CE) a portare la nostra piccola solidarietà alla parrocchia e alla mamma di Don Diana ucciso perchè si era opposto alla camorra e con la diocesi aveva pubblicato un documento ufficiale contro l’omertà.
Ci venne anche chiesto di occuparsi di Paola, una ragazza ammalata di Aids, che con la sua sofferenza e le sue grandi contraddizioni, ci ha messo qualche volta alla prova ma è stata spesso maestra nel ricondurci all’essenzialità e alla verità nelle relazioni; ricordo che con tono amichevole di rimprovero diceva: “Quando si sta per morire non si può parlare di cose superficiali ma c’è tempo solo per pregare o per le cose importanti”.”

La famiglia si allarga

È quindi negli anni ’93/’94 che entrano a far parte della famiglia la maggior parte degli attuali ospiti: i fratelli Flandi (Luigi e Gianluca), Marco Capitanio, Wainer Casini, Ettore Vecchi, Piero Bulfamante, Riccardo Ruggieri. Dal ’95 ha vissuto in famiglia anche Daniele Regiroli che nel marzo del 2004 ha deciso di uscire. Che il Signore lo accompagni nella vita e nelle scelte che farà! Negli ultimi tre-quattro anni la famiglia si è ulteriormente allargata e si sono aggregati all'”allegra banda” prima Franco Barbolini, Agostino Bambina e Lucio, poi Corrado, Simone e Hien.

Da una testimonianza di fr. Livio (in casa dal 1998 aI 2002):
“Parlare della storia della CdC di Cognento è parlare dei suoi ospiti, che l’hanno caratterizzata, passando, partendo e arrivando, qualcuno già alla meta del paradiso. Arrivai in casa l’anno dopo il grosso incidente stradale di Stefanino (1997), in aiuto a fr. Stefano che in quei tempi era solo. Ricordo, l’anno seguente, la morte di Jules per polmonite: uno dei “bimbi” di casa, pigro, sorridente ed espansivo nelle feste e nei canti. E poi Mustafà: riuscì finalmente a trovare casa e ricongiungersi con la moglie e i figli dopo tanti anni di vita in famiglia con noi, in seguito a un trapianto di reni (morirà due anni dopo).
Eravamo allora in casa io e fr. Pierino, raggiunti dopo un anno da fr. Andrea e fr. Max. Questo fu l’anno segnato dalla malattia di Claudio, riuscito a ricostruire la propria vita dopo un periodo vissuto in casa; vi ritornò malato di tumore, col suo bellissimo modo di rapportarsi coi “piccoli”, per passarvi gli ultimi mesi di vita. È stata un’esperienza che ha generato un clima di famiglia molto forte, sia nella solidarietà tra gli ospiti che nel coinvolgimento di vita di tanti ausiliari. Ricordo ancora Taoufik che dopo alcuni anni di vita in casa arrivò a chiedere il battesimo che ricevette nella nostra cappella, col nome nuovo di Agostino. E poi alcuni ospiti che per periodi più limitati ci hanno arricchito con la loro presenza: Sergio, col suo caschetto da epilettico e il suo entusiasmo; Uri, Reda, Bojan (morto poco dopo d’overdose), Bruno e i loro tanti problemi. E ancora il “convinto” barbone Leonardo di Regina Pacis; Matteo e Andrea, due bimbi spastici accolti in casa per dare un aiuto temporaneo alle famiglie. E infine l’amicizia con la famiglia Rom di Zingaretta, 3 anni e disabile, che ha dato il “la” al nascere e strutturarsi di un gruppo di famiglie aperte alla accoglienza che si incontrano da allora nella preghiera. In questi anni si cominciò a celebrare la S, Messa quotidiana in casa; iniziarono i ritiri dei 3 pani per gli operatori delle Caritas parrocchiali; tutto ciò contribuì a far meglio conoscere la casa. Fu anche il periodo della ristrutturazione che portò la casa ad essere così come la vediamo oggi.”