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Storia 2017-05-20T12:32:39+00:00

Origini e storia di Cognento

Etruschi

Etruschi a CognentoGli Etruschi, cacciati dal centro Italia dai Romani, cominciarono a bonificare le zone paludose della nostra pianura, abitate fin da tempi remoti, costruendo canali, strade e coltivando i campi.

Galli

Arrivarono poi nel 400 i Galli, divisi in tante tribù: quelli che si insediarono da noi furono i Galli Boi. Gli Etruschi furono cacciati, e i Galli Boi si insediarono nel territorio, mostrandosi bravi agricoltori. A loro si deve la coltivazione della vite in lunghi filari. La vite porta il nome di “arbustus gallicus”. Nella loro religione vi era anche il culto delle querce: questo, forse, contribuì alla formazione nelle nostre terre di folti boschi di querce e al rispetto che ancora oggi si ha per questa forte pianta. Alla presenza dei Galli si deve pure l’origine del nostro dialetto.

Romani

Nel 192 a.C. arrivarono i Romani, che a fatica riuscirono a sconfiggere e a disperdere la popolazione gallica. Ne uccisero quattordicimila e dispersero gli altri nei boschi e negli acquitrini. Fu un’impresa difficile, perché i Galli non accettavano uno scontro frontale in aperta campagna. Attaccavano e si rifugiavano nei folti boschi che allora circondavano Modena. Dietro i legionari di Roma arrivò da noi un altro esercito formato da contadini, allevatori ed operai. Erano i coloni che, con le loro famiglie, avrebbero poi formato i diversi centri agricoli.

Cognento colonia romana

Cognento, per la sua vicinanza alla via Emilia e per essere in una posizione abbastanza elevata, fu una terra ambita dai coloni romani. Che Cognento sia stata una colonia romana ce lo provano i diversi reperti rinvenuti nei secoli. Nel 1828 venne scoperta una testa colossale in macigno grigio, che probabilmente rappresenta il dio Apollo. A metà febbraio del 1900 il mezzadro Torricelli Clemente, che conduceva nelle vicinanze della via Emilia un podere dei fratelli Palmieri di Modena, rinvenne un cippo funerario portante un’ iscrizione latina e in alto le figure di due donne, una accanto all’altra. fu una scoperta che ebbe una vasta eco su tutta la stampa cittadina.

Diverse polemiche sorsero fra gli studiosi circa l’interpretazione della scritta. Questo reperto ebbe il nome di “cippo funerario di Cognento”. Ora si trova, assieme all’altro, nel Museo Lapidario di Modena. Entrando nel Palazzo dei Musei da viale Vittorio Veneto, a sinistra si vede la grande testa di Apollo e a destra, nell’angolo, il cippo delle due matrone.

Cippo di Cognento

Marco Emilio LepidoNell’epoca romana i cippi sulle tombe dei defunti di una certa importanza venivano innalzati lungo le strade principali. Infatti il cippo di Cognento è stato rinvenuto a pochi passi dalla via Emilia, costruita nel 187 a.C. dal consolo Marco Emilio Lepido. L’iscrizione di questo cippo è una delle più belle e delle più importanti che si siano trovate nei dintorni di Modena. L’avvocato Giuseppe Fregni la tradusse così: “Salvia Caja di Lucio, Italia (cioè di origine italica) a sé e a Salvia, sua Liberta, per dieci lustri patrone di Freto di qua. Verso al strada 14 piedi (cioè circa quattro metri) verso il campo altrettanto”.

Il terreno attorno ai monumenti e alle tombe era sacro; vi era quindi una delimitazione di almeno quattro metri in ossequio al defunto. La figura e l’iscrizione del nostro cippo ricorda due donne romane; una, Caia, la patrizia, la nobile, l’altra la schiava diventata liberta e associata alla famiglia della “Gens Salvia” dalla quale prende anche il nome. La signora, per l’affetto che le porta, l’associa pure nei possedimenti e nel comando. Ambedue vengono dette patrone da 50 anni di Freto di qua da Secchia.

Sotto il cippo furono trovate dal Torricelli anche quattro monete e un vasetto di vetro. Le monete portano il nome e l’effigie dell’imperatore Cesare Ottaviano Augusto e l’iscrizione “20° del suo impero e 37° della sua potestà tribunicia”. Questa iscrizione ci dà l’epoca del cippo: circa 26 anni prima di Cristo. Il vasetto di vetro, a collo lungo, ritrovato nella tomba, dagli antiquari detto lacrimatoio, ci richiama le lacrime dei congiunti e la dolorosa perdita delle due illustri patrone da parte degli abitanti di Freto. Il cippo, le medaglie e il lacrimatoio furono venduti dal Torricelli al Museo Lapidario per il prezzo di Lire 250. Lo stato contribuì con Lire 180 e il resto fu elargito dalla Cassa di Risparmio di Modena. 

La nascita della parrocchia

San GeminianoLe parrocchie sono sorte relativamente tardi. Agli inizi del cristianesimo, che da noi cominciò a diffondersi nel II secolo, i sacerdoti vivevano accanto al vescovo, formando le prime comunità presbiterali. Questi sacerdoti curavano non solo i fedeli del centro urbano, ma anche i cristiani dei piccoli centri agricoli, detti “pagus”. Solo quando il numero dei fedeli e le distanze lo resero necessario, il vescovo cominciò a delegare i sacerdoti a stabilirsi nelle zone del loro ministero. Si formarono allora le Pievi con un clero plurimo e un prete sopra gli altri, detto arciprete. Attorno alle Pievi sorsero varie cappelle, che gradatamente diedero originie alle diverse parrocchie. Cognento, probabilmente, fu eretta a parrocchia dopo il 1000.

In una carta del 1039 di Bonifacio, padre di Matilde di Canossa, è detto che nel nostro Gavello vi era una cappella consacrata a s. Geminiano. La parrocchia di Cognento è sempre stata alle dipendenze della Pieve di Cittanova. Al principio del 700, per lo stato disastroso in cui si era venuta a trovare Modena per le violente inondazioni, fu fondata ad ovest, sulla via Emilia, Cittanova e la maggior parte dei Modenesi vi si trasferì. Solo nel 900 Modena poté risorgere, grazie all’opera indefessa del vescovo Leodoino, che diede una soluzione ai grossi problemi della città. Modena era ben cambiata. Nell’età repubblicana aveva conosciuto una straordinaria floridezza economica. Ora invece era diventata “un cadavere di città”, come la chiamò S. Ambrogio; ma invece di soccombere seppe rinnovarsi e rivivere con una vita più gloriosa. Una prova l’abbiamo subito dopo il Mille, con la costruzione del Duomo, opera stupenda per il suo nuovo stile e per i bianchi marmi delle antiche costruzioni della città. I “pagus” o borgate di campagna non subirono grandi trasformazioni.

Se ebbero danni fu per le alluvioni e per il passaggio di Barbari, che portarono molti coloni, i più ricchi, a rifugiarsi nelle città. I centri parrocchiali però ressero. Anche Cognento, piccola comunità di cristiani e povera chiesa, continuò la sua vita sotto il patrocinio dei santi martiri Nabore e Felice: due militari martirizzati a Lodi. La scelta di questi due titolari la si deve forse a S. Geminiano che avendo partecipato al Sinodo di Milano, ritornò con impressa nell’anima la splendida figura di questi martiri quasi suoi contemporanei.

I parroci di Cognento

Un elenco cronologico dei sacerdoti che hanno retto la Parrocchia di Cognento si può formulare soltanto a partire dall’anno 1565, e cioè dopo il Concilio di Trento, che prescrisse di tenere i registri dei battesimi, dei cresimati, dei matrimoni e dei morti. Dalla consultazione di questi registri si può compilare un elenco abbastanza esatto dei sacerdoti che sono stati parroci a Cognento.

  1. Alberto Montanari Rettore 1565
  2. Giovanni Zanarini Rettore 1574
  3. Pellegrino Monticelli Rettore 1576
  4. Simone Lorenzini Rettore 1577
  5. Marco Biolchini Rettore 1586
  6. Lorenzo Azzi Rettore 1622
  7. Francesco Nardini Rettore 1649
  8. Domenico Ferrari Rettore 1650
  9. Michele Melchioni Rettore 1651
  10. Baldassarre Ridolfi Rettore 1662
  11. Tommaso Bartolini Rettore 1663
  12. Giovanni Montorsi Rettore 1673
  13. Giulio Tebaldi Rettore 1686
  14. Pietro Vandelli Rettore 1730
  15. Giuseppe Maselli Rettore 1760
  16. Ippolito Tonelli Rettore 1781
  17. Pellegrino Giovanetti Priore 1802
  18. Alessandro Ricci Priore 1817
  19. Alberto Silvestrini Priore 1825
  20. Pietro Borri Priore 1849
  21. Giovanni Vandelli Priore 1863
  22. Silvestro Zoboli Prevosto 1878
  23. Agostino Sassi Prevosto 1894
  24. Francesco Vecchè Prevosto 1897
  25. Giuseppe Ferrari Prevosto 1919
  26. Alberto Pellesi Prevosto 1958
  27. Franco Malagoli Prevosto

Senz’altro prima di questi vi furono altri parroci a Cognento, ma non ne conosciamo i nomi. In una antica cronaca modenese di Iacopino de’ Bianchi, detto Lancillotto, si rileva che nel 1496 era parroco a Cognento un certo don Bartolomeo de’ Taraschi. Il cronista racconta che questo parroco era solito suonare tutte le sere l’Ave Maria. Suonò il venerdì e il sabato non suonò. La mattina di domenica, che era il 23 ottobre, gli uomini di Cognento volendo fare un battesimo e udire la messa andarono alla chiesa; la trovarono chiusa e chiuso anche l’uscio della canonica. Forzarono la porta di casa e trovarono il parroco morto attorno al fuoco, con il collo sulla cenere e un’accetta appresso. Con questa l’omicida gli aveva spaccato la testa. Si scoprì che l’uccisore era stato Agostino de’ Silingardi de Cugnente. Fu preso ed impiccato in piazza a Modena il 28 gennaio 1497.

La vecchia chiesa di Cognento

Della vecchia chiesa, quella preesistente all’attuale, conosciamo la forma, la grandezza e i diversi ornamenti, ma non l’anno di costruzione. Mancano documenti, lapidi e lontani accenni. Aveva certamente vari secoli ed era stata costruita su una piccola chiesa preesistente. Come l’attuale, aveva la porta rivolta a mezzogiorno e il coro rivolto a nord e non ad oriente, come hanno quasi tutte le chiese. Aveva forma rettangolare; ci sono state tramandate anche le misure. La lunghezza, compreso il presbiterio e il coro era di m. 28. La maggiore larghezza era di m. 16. Da un altare laterale all’altro la distanza era di appena m.8.

Ai fianchi del presbiterio vi erano due ristrette sagrestie. L’altare maggiore era di legno dipinto a marmo; davanti aveva l’attuale bellissimo paliotto seicentesco con in mezzo l’immagine di s. Geminiano e ai lati quelle dei due titolari nabore e Felice. L’immagine di questi era pure nel coro, senza però la figura di s. Geminiano, che era nel quadro dell’altare laterale destro. Una balaustra in legno di noce chiudeva il presbiterio. Di fianco a questa “in cornu Epistolae”, in nicchia la statua lignea del protettore s. Geminiano.

Don Giovannetti (1802 – 1817) primo priore, nel 1807 di fianco all’altare maggiore fece costruire una tribuna per l’organo che acquistò dai Traeri. Due erano gli altari addossati alle pareti laterali: quello a sinistra era dedicato alla Madonna del Rosario, quello a destra al Crocifisso. Nell’ancona di questo, oltre all’immagine del Crocifisso, vi era quella di S. Geminiano e  S. Antonio Abate, con attorno quadretti ex voto per grazie ricevute dal notro Santo. La figura di s. Geminiano accanto a s. Antonio Abate la troviamo anche in Duomo a Modena, sul polittico eseguito dal pittore modenese Serafino de’ Serafini nel 1358.

E’ un accostamento praticamente felice per la vicinanza della celebrazione delle due feste e soprattutto per la devozione, quanto mai sentita, del nostro popolo verso questi due santi. Sopra ai due altari laterali, in alto, vi era lo stemma della famiglia Campori, benefattrice della chiesa. Di fianco all’altare della Madonna del Rosario, al principio del 1700, don Ottavio Castelvetri vi aveva fatto costruire, a sue spese, un altro altare dedicato a s. Antonio da Padova che, alla fine del secolo, don Tonelli tolse e al suo posto costruì tre tombe comuni, per gli uomini, per le donne e per i bambini.

La navata della vecchia chiesa aveva il tetto a capriate, mentre il presbiterio e il coro l’avevano a volto di mattoni. Nel muro destro della chiesa, tra l’altare del Crocifisso e la sagrestia, vi era il pulpito. Vi si accedeva dalla canonica attraverso una piccola porta. All’entrata della chiesa vi erano e sono ancora due acquasantiere su piedistallo del 1600. In una di queste vi è scolpito il nome dell’offerente: Camillo Saporiti 1621.

Le tombe

Sotto il pavimento della chiesa vi erano tante tombe e ai muri varie lapidi. Anticamente i morti si seppellivano davanti alla chiesa o nella chiesa stessa. Nel centro della chiesa di Cognento vi era la tomba dei parroci e nel presbiterio quella dei signori Gazzotti – Grillenzoni. La Confraternita del Rosario, istituita nel 1620, aveva la tomba per le proprie consorelle davanti all’altare della Madonna. Tralasciamo di nominarne altre. Di alcune di queste si possono vedere ancora le lapidi murate ai muri interni della chiesa.

Al principio del 1800 l’autorità governativa della Repubblica Cisalpina proibì giustamente di seppellire in chiesa. Cominciò allora, a cura delle parrocchie, la costruzione dei cimiteri fuori dai luoghi di culto. Anche Cognento, essendo parroco don Giovannetti, costruì il suo cimitero di fianco alla chiesa. Nel 1941 venne fatta l’esumazione dei resti delle salme e, abbattuti i muri di cinta, il terreno ritornò prato – giardino. A quell’epoca risalgono le rigogliose piante che circondano il piccolo parco.

Costruzione dell’attuale chiesa

Dopo la costruzione del tempietto sulla fonte di s. Geminiano l’afflusso dei pellegrini si fece di anno in anno sempre più numerosa. La vecchia chiesa non era più sufficiente a contenere le folle dei fedeli. Don Silvestrini pensò allora di allungare la chiesa e di restaurarla all’interno abbellendola. Si mise in contatto con l’ingegner Cesare Costa (1810 – 1877), progettista ed insegnante all’Università di Modena.

Con don Silvestrini l’ing. Costa studiò di allungare la vecchia chiesa dalla parte della facciata e per rendere il complesso degli edifici più armonioso fece innalzare il campaniletto a torre. Nell’interno della chiesa, davanti al presbiterio, don Silvestrini pose una balaustra di marmo bianco che sussiste ancora. Ampliò la sagrestia e sopra di questa ricavò una stanza per gli apparati e fece tanti altri lavori, che purtroppo, con la seguente ricostruzione della chiesa andarono perduti. 

La nuova chiesa

Il progetto del Costa prevedeva anche l’allargamento della chiesa, opera questa di grande rilievo. Toccò ad un giovane sacerdote cimentarsi in tale impresa. Alla morte di don Silvestrini nel 1849 fu nominato parroco don Pietro Borri (1849 – 1863) di Montecreto. Questi due parroci, che tanto hanno operato a Cognento, quantunque quasi compaesani, ci vengono descritti uno diverso dall’altro, sia nel fisico che nel caratteri. Don Silvestrini è detto uomo di assai robusta complessione, di carattere schietto ed allegro. Don Borri invece è descritto come uomo alto di statura, alquanto curvo di spalle, di viso lungo, olivastro e macilento, con occhi neri e vivaci, dotato di gran voce e di forza non ordinaria, di naturale focoso, instancabile nella fatica e assai intraprendente. Don Borri quantunque giovane di appena 26 anni, mostrò subito di essere maturo e capace di grandi cose. Fece di nuovo la chiesa, la canonica e la casa del mezzadro. Non si risparmiò nella fatica: sempre presente sui lavori e lavorando anche lui stesso, portò a termine il corpo della chiesa in due anni: 1854 – 1855.

Negli anni successivi pose il pavimento e sistemò gli altari delle cappelle laterali e soprattutto attese alla costruzione della canonica, che era stata in parte sacrificata dall’allargamento della chiesa e rifece pure l’attuale ex casa mezzadrile. Nel 1862 ricostruì il coro allungandolo sul terreno del Seminario e dandogli la forma semicircolare. Alla sua morte tutta l’opera muraria era compiuta. Prevedendo la sua imminente fine (morì a 40 anni), costruì nel mezzo del coro la tomba dove fu deposto e dove ancora riposano le sue spoglie.
Questa nuova chiesa ha l’aspetto di un vero santuario, con una piccola cupola proporzionata all’edificio, sorretta da quattro pilastri che la dividono in tre navate.

A compimento del lavoro il tutto risultò e risulta ancora giusto nelle proporzioni ed esteticamente grazioso.

Nelle parti laterali, al posto dei due altari, vennero costruite due ampie cappelle con altra in scagliola. Quella di sinistra, in nicchia, ha la statua della Madonna del Rosario, opera della ditta Graziosi di Faenza, quella di destra il Crocifisso. Non furono utilizzati i due paliotti che erano negli altrai precedenti; erano coevi di quello dell’altare maggiore e degli stessi scaglionisti di Carpi. In quello del Rosario era raffigurata l’effigie della Madonna, in quello del Crocifisso il sudario. La chiesa si arricchì anche di due nuove cappelle semicircolari con eleganti cupolette. Una fu dedicata al culto di s. Geminiano, l’altra fu addetta a battistero. Queste due cappelle furono costruite dall’ing. Costa con tale forma, per congiungere la nuova chiesa con la facciata costruita in precedenza. Una grande lapide posta sulla porta della sagrestia ricorda a noi don Pietro Borri, figura splendida di sacerdote, iscrizione dettata dal celebre Celestino Cavedoni.

 

Chiesa parrocchiale di Cognento

 

Arredamento della chiesa

Toccò a don Giovanni Vandelli (1863 – 1877) completare i lavori e arredare la chiesa. Don Vandelli, modenese di nascita, veniva dal Seminario di Modena, dove aveva espletato varie mansioni. Era stato in amicizia con don Borri e conosceva bene le cose della parrocchia: in molte occasioni aveva prestato servizio a Cognento.
Nel suo ingresso in parrocchia, che avvenne l’8 settembre 1863, don Vandelli inaugurò il nuovo pulpito, stupendo lavoro in noce del falegname modenese Giovanni Pelli, che don Borri aveva ordinato e che il nuovo parroco aveva curato e fatto collocare in chiesa prima della sua venuta. Nel mese di novembre don Vandelli fece decorare da Pietro Voli le cupole delle cappelle di s. Geminiano e del battistero.

In quella del battistero la pittura è ancora quella originale, mentre in quella di s. Geminiano è stata rifatta perché annerita dal fumo delle candele. Nell’anno 1864, prima della celebrazione della festa dei santi titolari, fu tinteggiato l’esterno e l’interno della chiesa: furono dati i colori suggeriti dall’ing. Costa. In quella occasione furono affisse al muro le lapidi funerarie, pulite e rinnovate, che già esistevano nel pavimento della vecchia chiesa. Vennero posati quattro confessionali in noce, lavorati ad arte, anche questi opera del falegname Pelli. Nel 1865, per la festa dei santi titolari furono inaugurati i nuovi 24 banchi della navata centrale. Quelli fra le colonne saranno immessi sei anni dopo, nel 1871.

I banchi furono fatti sulla forma di quelli della chiesa di s. Bartolomeo di Modena, con qualche piccola modifica in meglio. Sono ancora solidi, il tavolame è perfetto e bello è il colore del noce. Tutta questa ricchezza di legno di noce nella chiesa di Cognento dimostra l’abbondanza e la vetustà di questa nobile pianta nelle terre della parrocchia. Infatti il signor Giovanni Mussati, alla sua morte lasciò alla chiesa per l’olio della lampada del SS. Mo Sacramento “quattro sacca annue di noci di ottima qualità”.

La sagrestia

Sempre nel 1865 don Vandelli ristrutturò la sagrestia. Nel muro a nord vi era nel mezzo una finestra grande, la fece chiudere e ai lati ne aprì due piccole di forma quasi romanica. In quella chiusa ricavò una nicchia, nella quale pose l’immagine della Madonna del Buon Consiglio. In mezzo alle due finestre venne posto un altare di legno che può servire per la celebrazione della messa e per la custodia degli apparati. Ai muri laterali della sagrestia sono appoggiati due grandi armadi gemelli. Di fianco alla porta di entrata, nell’interno, altre due porte, una che immetteva in canonica e l’altra nella stanza superiore, la stanza degli apparati. Fu una ristrutturazione ben fatta che merita, pur nel suo piccolo, di essere osservata. Don Vandelli arricchì pure la chiesa di apparati e di arredi sacri di notevole pregio. Alcuni di questi venivano dalla cappella dell’Accademia Militare Estense.

Quadro di S. Geminiano e SS. titolari

Il 19 dicembre 1865 moriva in Modena il conte Lodovico Forni, possidente principale della parrocchia. Nel testamento lasciava alla chiesa di Cognento la somma di Lire 300. Don Vandelli se ne servì per sostituire il vecchio quadro dei santi titolari, le cui figure erano consunte e quasi irriconoscibili. Il nuovo quadro, commissionato al pittore Antonio Magnani da Cavriago di Reggio Emilia, rappresenta in alto Maria Santissima con ai lati i due martiri Nabore e Felice e in basso s. Geminiano in ginocchio, che prega per il popolo di Cognento e per la sua città. Fu inaugurato nelle solennità dei SS. Titolari del 1867.

Il quadro del Magnani, anziché essere posto in un’ancona di legno, fu sistemato al centro del coro, entro un grande plastico di scagliola, ricco di decorazioni e di forma barocca. La luce delle due vicine finestre lo rendono ben visibile e il rosso del piviale di s. Geminiano lo rende ancor più splendente. Nello stesso anno fu inaugurato nel giorno di Natale il nuovo coro in legno di noce, con al centro la cattedra per il celebrante e due ministri e ai lati dodici stalli. Il 12 marzo 1870, seconda domenica di Quaresima, alla messa ultima venne suonato per la prima volta il nuovo organo costruito da Veratti Alessio di Bologna.

Nel 1872 don Vandelli ebbe in dono dal parroco di Crevalcore una preziosa reliquia dei ss. Nabore e Felice, consistente in due pezzi considerevoli di ossa.

Don Zoboli (1878-1893) oltre a restaurare il tempietto, installò l’altare maggiore, in marmo di Carrara, progettato dall’ingegner Vandelli ed eseguito dal marmista Paroni di Modena. In parte è impellicciato con marmo detto Broccatello di Spagna. Ai lati porta due emblemi in rame dorato: uno composto dalle insegne episcopali, allude al Vescovo s. Geminiano, l’altro con una lancia e due palme allude al martirio dei due santi titolari Nabore e Felice. Questi emblemi e la porticina del tabernacolo sono opera di Eligio Manzini di Modena.

Nel giugno 1880 a cura del conte Giuseppe Forni veniva fatto, nel presbiterio, l’attuale artistico pavimento alla veneziana. Nel mezzo, anche a ricordo della preesistente tomba dei signori Barozzi – Grillenzoni, fu posto lo stemma della nobile famiglia Forni, erede dei predetti signori. La lapide che ricopriva questa tomba fu collocata sulla porta dell’attuale cappella del Sacro Cuore. Alla lapide originale, che porta la data 27 gennaio 1685 furono aggiunte, in cornice, altre due lapidi le cui iscrizioni specificano i diversi trasferimenti.

Pellegrinaggi

Una volta restaurato il Tempietto, cominciarono copiosi i pellegrinaggi. Don Zoboli che aveva, attraverso la stampa, chiesto offerte e interessamento per il restauro della fonte, seppe convogliare a Cognento, specie nei mesi di maggio, una forte corrente di pellegrini e forestieri. A questo contribuì molto la Pia Unione di s. Geminiano, istituita dallo stesso don Zoboli. Gruppi di attivisti raccoglievano a Modena e in provincia adesioni a larghe mani a questa nuova Unione. Don Zoboli curava molto l’accoglienza ai pellegrini. Andava loro incontro al crociale con una rappresentanza di Confraternita e arrivati alla chiesa impartiva la benedizione con la reliquia di s. Geminiano. La messa, generalmente, veniva celebrata dal sacerdote che guidava il pellegrinaggio, che teneva pure l’omelia. Alla visita alla fonte prendeva invece la parola il parroco di Cognento, che con opportune parole chiudeva la cerimonia dando l’ arrivederci ai pellegrini.

Don Zoboli aveva chiesto ed ottenuto dal vescovo un secondo cappellano che doveva attendere esclusivamente alle confessioni. Il servizio religioso era quindi inappuntabile. Di un pellegrinaggio diocesano del maggio 1882 ne ha tramandato la storia don Giuseppe Ferrari. Ha scritto: “Nella domenica 7 maggio 1882 per esortazione dell’Arcivescovo mons. Giuseppe Maria Guidelli fu promosso un pellegrinaggio diocesano alla Fonte di s. Geminiano in Cognento.

Fin dalle prime ore del mattino le vie che conducono a Cognento formicolavano di pellegrini. Le croci, distintivo di ciascun pellegrino, distribuite dal Comitato, furono 22700. Alle 7:30, all’arrivo di mons. Gherardo Araldi vescovo di Carpi (in sostituzione dell’arcivescovo di Modena, indisposto) un immenso popolo gremiva la piazza, i prati attigui e le strade. Le funzioni si compirono all’aperto dall’alto di un altare opportunamente eretto”.

Don Ferrari continua dicendo che i pellegrinaggi continuarono per tutto il 1882 e proseguirono negli anni seguenti e che il 20 giugno 1920 mons. Natale Bruni benedisse 15000 pellegrini. “Anche dopo la seconda guerra mondiale 1940 – 1945 si videro innumerevoli pellegrinaggi venire da vicino e da lontano a presentare al grande Patrono atto pubblico di onore e di ringraziamento”.