I cinque punti della Casa della Carità attraverso Agostino, Ettore e Wainer

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I cinque punti della Casa della Carità attraverso Agostino, Ettore e Wainer

A seguito riportiamo i testi presenti nella traccia di riflessione della veglia di domenica 12 febbraio, in occasione della festa della Casa della Carità.

 

Agostino

Ci hai fatto scuola e sei stato per noi palestra di Carità. Quando stavi bene, quando eri forte e vigoroso mostravi il tuo carattere  simpatico, dolce e al tempo stesso ostinato e cocciuto. Richiedevi, ed obbligavi quasi, chi ti stava accanto ad una attenzione ed una cura continua e totale. Pretendevi un approccio che tenesse conto di te, delle bizze del  tuo umore, del tuo sentire. Obbligavi chi ti stava accanto ad entrare nel tuo mondo, e non tutti avevano le carte in regola per accedervi.

Signore, fa’ che sappiamo esercitare il nostro animo alla Carità, fa’ che impariamo una Carità attenta al vissuto dell’altro, all’intimo dei più deboli.
Signore, dacci degli esercizi difficili, facci incontrare delle persone cocciute che ci obblighino a non crederci sempre padroni delle situazioni e in grado di risolvere tutto.

Quando eri cupo e arrabbiato ed era impossibile bloccarti e importi qualsiasi cosa, poi all’improvviso cambiavi umore e sorridevi col tuo faccione simpatico e furbo. Immediatamente sparivano tutti i timori, ti si perdonava tutto all’istante. Hai saputo essere un “grande lenzuolo” che copre e ripara molte miserie e sicuramente il Signore ha perdonato le tue arrabbiature perché, coi tuoi sorrisi hai dimostrato di saper amare tanto.

Signore, aiutaci ad amare con maggiore intensità, a lasciarci andare un po più liberamente nelle situazioni, rischiando ed esponendoci sempre e solo per Amore di Dio e del prossimo. 

Nel tempo la tua “possenza” si è affievolita, anche se è sempre stata una potenza intrisa di debolezza. Si è fatta strada la malattia che ti ha reso docile e ancora più bisognoso di attenzioni, ma anche inerme difronte alle dimenticanze altrui. E nonostante tutto non reagivi, o al più, rispondevi con uno dei tuoi fantastici sorrisi e così sapevi ripagare con amore la cura, ma anche la non cura, che avevi ricevuto. Hai saputo essere “parafulmine della Divina Provvidenza” come risposta di Amore al male, hai saputo partecipare visibilmente al sacrificio redentivo della Croce.

Signore, fa’ che impariamo ad accettare di essere deboli e bisognosi degli altri. Insegnaci ad accettare l’aiuto altrui così come ci viene offerto, senza pretendere cose speciali. Facci accogliere anche le disattenzioni degli altri. Signore, facci rispondere con Amore ad ogni fulmine che la vita ci pone innanzi. 

Con te dopo la tempesta seguiva il sereno, e poi dopo il sereno seguiva la tempesta. Ma prima o poi tornava il sereno! Prima o poi sei stato lo strumento per dimostrare, a chi ti stava accanto, la bontà e premura della Provvidenza di Dio.

Signore, fa’ che impariamo a fidarci di te, della tua bontà e della tua Provvidenza.

Sia nei momenti di fortezza che in quelli di debolezza, era necessario prendersi cura di te lavorando insieme, senza volere insistere troppo quando non eri in vena per dimostrare di essere più bravi. Sei stato per noi fermento per amarci maggiormente gli uni gli altri.

Signore, insegnaci a non sentirci i più bravi. Fa’ che l’amore che manifestiamo gli uni verso gli altri sia contagioso.

 

Ettore

Un parafulmine

…la Casa della Carità si afferma come prolungamento del sacrificio dell’altare, offrendo continuamente a Dio il Suo Cristo nella persona dei sofferenti…non è necessario che tutti capiscano e offrano a Dio questo quotidiano, singolare SACRIFICIO …..Il frutto è assicurato alla famiglia tutta. (A Maggior gloria di Dio)

“Ma va’ via…” Abbiamo visto la sofferenza di Ettore, non soltanto quella fisica più evidente dell’ultimo periodo, ma anche il suo costante disagio causato forse più dalla solitudine che dalle malattie.

Sull’altare portava tutta la sua umanità e la sua resistenza ad abbandonarsi, mettendoci spesso alla prova,  ma offrendoci contemporaneamente la certezza del misterioso sacrificio che si stava compiendo.

Lenzuolo

È scritto che la carità e l’elemosina coprono una moltitudine di peccati – e che Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia – (A Maggior gloria di Dio) 

“Sa vint a fèr, s’ten capess gninta!” Abbiamo vissuto e possiamo testimoniare che i gesti di carità rivolti ad Ettore hanno acquistato un sapore nuovo e di verità  perché  ha spesso smascherato il nostro desiderio di gratificazione che a volte si nasconde dietro gesti di aiuto.

Scuola e palestra di fraternità cristiana per tutti i fedeli

“Belli o brutti si sposano tutti” Si offre a tutti una possibilità di immediata umana e cristiana testimonianza di fraternità….avvicendamento personale della nostra povera umanità…. (A Maggior gloria di Dio)

Con la sua costante presenza nel salone della casa ed in seguito nella sua camera, Ettore seguiva con attenzione ed interesse la vita delle persone che frequentavano la casa (con qualche evidente preferenza); chiedeva notizie sulla famiglia  e sui figli, sul lavoro e la salute e forniva occasione- anche quando ti mandava via- per sentici in famiglia e ritornare.

Provvidenza

“Ma chi pèga?” Una dimostrazione palese a chiunque della bontà e premura della Provvidenza….non c’è un momento, un oggetto, un individuo, un essere qualunque che non testimoni questa paterna cura. (A Maggior gloria di Dio) 

La vita nella Casa della Carità è stata per Ettore un segno sicuro della Provvidenza, alla quale si è abbandonato con il suo progressivo e personale cammino:ha fatto della Casa della Carità la sua famiglia. 

Fermento di ricostruzione comunitaria nella carità di Cristo

La Casa della Carità è un fermento, una cellula iniziale di un ritorno del genere umano alla sua unità nell’amore e ad una vita comunitaria evangelica.(dal Manuale della Congregazione)

“I pasèn tot det chè” Riconosceva in modo naturale e spontaneo la posizione particolare all’interno della Chiesa occupata da frati, sacerdoti e vescovi della cui amicizia si onorava. La presenza attiva di Ettore alla vita comunitaria di casa, rendeva già visibile la sua appartenenza al corpo mistico di Cristo, nonostante i tanti dubbi, le incertezze e le espressioni di incredulità che ha manifestato. 

Siamo convinti che adesso – dopo aver rimosso tutti i punti interrogativi – possa contemplare la gloria del Signore. 

Signore, ti ringraziamo per l’amicizia di Ettore, per tutte le volte che ci ha riportati all’essenzialità e alla semplicità delle azioni e dei sentimenti più genuini; per averci smascherato e messi di fronte a verità scomode.

Conduci anche noi, come hai fatto con lui su sentieri di fiducia e di abbandono alla tua volontà.

 

Wainer

“Per me la convinzione base è aprire la Casa della Carità per avere la possibilità di capire la “Carità”, cioè Dio. E un buon aiuto la Casa lo dà”, don Mario, 26 novembre 1952.

Wainer, anche tu ci hai dato un buon aiuto a capire Dio e a cercarlo come hai saputo fare tu, nelle relazioni con le persone che hai incontrato e nei luoghi in cui sei passato.
Sei stato palestra in prima persona dell’esercizio di questo amore. Lo è stato in primo luogo il tuo corpo: da un lato, la malattia ti rendeva difficile controllare il tuo corpo. Quanti scatti, movimenti bruschi, spasmi hai provato. Eri un fascio di nervi tesi, senza apparente protezione e quiete.
Al tempo stesso, il tuo corpo parlava prima della tua bocca: nessuno può dimenticare i tuoi occhi grandi e vivi, la tua voglia di correre in carrozzina, le risate a tavola.
Si diceva che eri tra i bimbi di casa, ma a ripensarci ora sei stato una persona, un uomo, capace di creare grande intimità. Lo facevi quando chiedevi “possiamo parlare un po’?”, ma l’hai saputo fare anche indirettamente: quanti racconti personali e discorsi densi hai raccolto nei momenti delle alzate o delle messe a letto intorno a te, Piero e Jean. Il lenzuolo della tua vita ha coperto molte povertà di chi ti è passato affianco e custodito tante storie ed esperienze.
Sapevi fare confessioni molto personali, correndo forse il rischio di creare imbarazzo in chi raccoglieva qualche tua confidenza, mentre invece l’unico imbarazzo possibile sarebbe stato quello delle mille falsità, maschere e ipocrisie che frapponiamo nei rapporti, anche in quelli più stretti. Tu invece sapevi consegnarti così, in tutto quello che eri, corpo e anima, con autenticità, profondità e grande libertà. Con te si era liberi di essere se stessi, senza troppe sovrastrutture e costruzioni, ed era possibile proprio perché tu per primo vivevi questa libertà interiore, anche se bloccato nel corpo. Anche questo significa incarnare la carità, nella libertà e varietà delle forme e dei modi che Dio crea e conosce, come affidamento alla Provvidenza e fermento di qualcosa di cui non si conoscono i frutti.
La tua forza nasceva propria dalla tua debolezza e fragilità. Sei stato un parafulmine di pelle e ossa, a volte sembrava che le tue sfortune non dovessero mai finire, che il tempo della prova per te non dovesse mai passare. Non nascondevi il dolore, anche quello fisico, e non nascondevi la paura che ne avevi, ma non ti sei risparmiato in nessuna fatica.
A volte l’inquietudine che ci portiamo dentro – impastata com’è di egoismi e arrivismo ma anche di sete di Dio e di relazioni profonde -, ecco a volte quest’inquietudine ci porta lontano, ci fa prendere sentieri contorti e irregolari in cui fatichiamo a ritrovare il bandolo: tu invece dalla tua carrozza, pur nelle mille prove, sei stato una testimonianza vivente di tenace passione per la vita, di fedeltà alle persone a cui ti legavi e di apertura a chi incrociavi nella tua strada.
Davi attenzione ma al tempo stesso la richiedevi: ascoltarti richiedeva uno sforzo costante.
Signore, insegnaci a fare silenzio, a metterci in ascolto realmente di te e dei fratelli. Aiutaci a saper chiedere aiuto, ad ammettere le nostre difficoltà, a non trincerarci dietro orgogli, rancori, convinzioni di poter fare da soli

A distanza di quattro mesi dalla tua partenza per il Papà celeste, la tua morte non smette di far pensare e anche dare frutto: non è per caso che ancora sentiamo il bisogno di parlare di te e con te, come a rompere la distanza fisica che la morte crea. 

Signore, aiutaci a vivere intensamente le opportunità così come le prove. Aiutaci a non smettere mai di cercarti e di avere nostalgia di te.

La tua morte improvvisa è stata una partenza per la “nuova comunità” di cui tanto parlavi. Sappiamo che lì ti ritroveremo. Nell’attesa, non dimenticarti di farti sentire e riconoscere nella vita della Casa che qui hai lasciato.

Signore, aiutaci a ritrovarti ogni giorno nelle persone che abbiamo affianco, soprattutto nelle reciproche fragilità. Aiutaci a vivere questo tempo come un momento in cui darti spazio e interrogarci su cosa tu per primo vuoi e desideri per la Casa della Carità di Cognento, per le persone che la compongono e per le vite di noi tutti e ad aver fiducia in te, anche nei momenti in cui questo sembra difficile e la fede in te pare essere più esigente.

By |2017-05-20T12:33:04+00:0010 Feb 2012|Casa della Carità, Lettere|

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